Itinerari dal mondo

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MANTOVA. LA CITTÀ LOMBARDA E PALAZZO TE, GIOIELLO DEL MANIERISMO

Mantova rappresenta per gli amanti dell’arte una meta ineludibile grazie agli interventi in città di Giulio Romano, Andrea Mantegna e Leon Battista Alberti.

di Fabio Massimo Penna

Uno è il più talentuoso allievo di Raffaello, l’altro è il primo duca di Mantova. Quello tra Giulio Romano e Federico II Gonzaga è uno dei fortunati incontri che segnano positivamente la storia dell’arte. Il Gonzaga era stato a lungo a Roma e aveva potuto ammirare l’opera di Raffaello e della sua cerchia e, dovendo risistemare Mantova per renderla una delle principali città italiane, pensa di chiamare in Lombardia Giulio Pippi, meglio noto come Giulio Romano. Il Pippi era intervenuto in alcuni affreschi della stanza dell’Incendio di Borgo nelle famose stanze di Raffaello in Vaticano e aveva partecipato alla decorazione di Villa Madama, fatto che dimostra la stima che il Divino pittore aveva nei suoi riguardi. L’artista riceve la nomina di prefetto generale delle fabbriche e sovrintendente di strade e palazzi di Mantova. Ma, soprattutto, ne cambia l’aspetto esteriore realizzando il famoso Palazzo Te appena fuori dalla città. Il fabbricato è uno dei massimi capolavori del manierismo ed era pensato come luogo di svago per Federico II. L’artista romano progetta una costruzione a pianta quadrata attaccata a uno spazioso giardino delimitato da un’esedra e dalle stalle del duca. L’opera mostra un estremo bilanciamento tra elementi classicheggianti (lesene, logge con archi) e motivi riconducibili alle innovazioni manieriste (il bugnato vigorosamente rilevato, la sequenza di serliane nella facciata). L’autentico gioiello del complesso è rappresentato, però, dalle decorazioni all’interno. La sala di Psiche, intesa a esaltare la potenza dell’amore, nella successione delle cornici dorate racconta le vicende della fanciulla mitologica mentre sulle pareti si impone un lussureggiante festino degli dei dai colori accesi e briosamente dissonanti. L’affresco di maggior impatto è, ovviamente, quello della sala della Caduta dei giganti in cui, in nome di una bizzarria tutta manierista, il visitatore si sente minacciato dal crollo delle architetture dipinte che, per un effetto visivo, sembrano realmente franare dentro la sala.

Altra tappa obbligata mantovana è il Palazzo Ducale con la famosa Camera degli Sposi affrescata da Andrea Mantegna. Il grande artista di Isola Carturo (Padova) aveva ottenuto importanti incarichi alla corte dei Gonzaga come quello di curatore delle collezioni e consulente artistico e nel 1465 riceve da Ludovico III la commissione di dipingere la ‘camera picta’. La pittura interagisce con l’architettura in un insieme che combina superficie reale a spazio illusionistico. Elemento fondamentale è l’oculo del soffitto che avvia la tradizione degli “sfondati” (affreschi che simulano uno spazio aperto) che avrà un grande successore in Correggio con i famosi sfondati del Duomo e della Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma. L’oculo del Palazzo Ducale simula un’apertura dalla quale si affacciano dame e angeli con putti che sporgono dalla balaustra potentemente scorciati. Notevole anche l’illusionismo prospettico degli affreschi delle pareti (La corte dei Gonzaga e L’incontro tra Ludovico III e i figli Francesco e Federico) con il primo dipinto che mostra una tenda aperta dal vento che imita un sipario teatrale che si apre mostrando sul palcoscenico una scena di corte. Mantegna realizza una splendida galleria di personaggi con un verismo di stampo naturalistico e una cura del dettaglio esaltata dai ricchi abiti degli effigiati.

Un altro genio che definisce l’aspetto di Mantova è Leon Battista Alberti. L’architetto genovese viene spesso ricordato per la sua importante attività teorica che lo vede diffondere le novità rinascimentali attraverso i tre saggi De pictura, De re aedificatoria, De statua. Tra le sue opere realizzate due si trovano nella città dei Gonzaga, le chiese di San Sebastiano e Sant’Andrea. Quest’ultima chiesa è caratterizzata nella facciata dalla presenza di due archi con quello centrale replicato dall’arco sovrapposto situato sopra il frontone. Alberti si ispira all’esempio degli archi trionfali e concretizza così l’ideale rinascimentale che vede nell’antichità la fonte di norme architettoniche e di spunti da declinare in chiave moderna. La pianta è a croce latina con navata unica e le volte a botte della navata e del transetto rinviano al modello architettonico delle terme romane. La Chiesa di San Sebastiano trae la sua ispirazione dai luoghi di culto cimiteriali (martyrion) dell’antichità. Si tratta di una struttura a pianta centrale (una croce greca) che nella sua struttura avrebbe dovuto mostrare un assiduo studio dell’architettura classica. In questo senso va intesa la facciata che reinterpretava personalmente la fronte del tempio antico sollevato su di un podio e caratterizzato dalla doppia scala e dal timpano spezzato. La resa estetica della facciata di San Sebastiano è, però, compromessa dagli interventi succedutisi nel corso dei secoli.

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