BRESCIA. IL RINASCIMENTO NELLA CITTÀ LOMBARDA
16 Novembre 2020
Con Foppa nel Quattrocento e con Moretto, Romanino e Savoldo nel Cinquecento la Lombardia esprime la propria versione del Rinascimento.
di Fabio Massimo Penna
Brescia nel Cinquecento ha la propria declinazione del Rinascimento grazie a personalità di spicco quali quelle di Alessandro Bonvicino detto il Moretto, Gerolamo Romani detto il Romanino e Giovanni Gerolamo Savoldo. Nelle loro opere i tre artisti annunciano Caravaggio nella luce che riscatta le figure dalle profonde tenebre nelle quali sono immerse. Inoltre ritraggono “un’umanità difficile e aspra che espone alla luce le ombre della propria interiorità” (Flavio Caroli, La storia dell’arte raccontata da Flavio Caroli, Electa editrice, Milano, 2001). Il lombardo Caravaggio trova le sue radici nei lavori dei corregionali con i quali condivide un humus culturale che si diffonde in Lombardia tra il Cinquecento e il Seicento. Moretto, Romanino e Savoldo optano per una rappresentazione antiretorica, priva di abbellimenti inutili, per una resa realistica cruda e concreta.
La declinazione del naturalismo del Romanino è innestata sulla conoscenza del tonalismo di Tiziano, cosicché la verità lombarda si avvolge in un cromatismo di ascendenza veneta. Fondamentale è, però, la sua consonanza con Caravaggio come testimonia il raffronto tra il San Matteo del Romanino della bresciana Chiesa di San Giovanni Evangelista e la prima versione del caravaggesco San Matteo e l’angelo poiché entrambe le opere condividono il rivoluzionario aspetto rozzo del santo, raffigurato scalzo con sudici piedoni. Nella Chiesa di San Francesco a Brescia è conservata la sua pala Madonna con Bambino e santi con la brunelleschiana volta a botte inquadrata prospetticamente e la Vergine e il Bambino posti su di un alto basamento contornato da santi e devoti mentre un telo retto da due angeli reggicortina nasconde il paesaggio e dietro le figure si scorge a stento un cielo plumbeo e nuvoloso. Importanti tracce dell’opera di Romanino si hanno a Trento dove nel Castello del Buonconsiglio realizza alcuni degli affreschi che decorano la residenza del vescovo Bernardo Cles (tra gli altri autori degli affreschi anche i fratelli Dosso e Battista Dossi). Nel Duomo di Cremona Romanino realizza l’affresco La passione di Cristo, un’opera che annuncia la teatralità barocca in un insieme di architetture classiche e figure connotate da un realismo tutto lombardo.
Il bresciano Savoldo mantenendo come saldo punto di riferimento l’opera di Vincenzo Foppa volge il proprio sguardo al tonalismo veneto, e a Giorgione in particolare, come dimostrano le tele che dedica a Maddalena (una importante versione dell’opera è conservata presso la National Gallery di Londra) nelle quali uno straordinario cielo notturno cobalto trova il suo contraltare nel grigio luminoso del manto della donna mentre Maddalena fissa lo spettatore coinvolgendolo nel dipinto. La scelta realistica è qui accompagnata da un’acuta analisi psicologica del personaggio ritratto, del quale vengono evidenziati i moti interiori. Con le figure dell’angelo e del santo che escono dall’ombra del San Matteo e l’angelo di New York anticipa lo stile caravaggesco mentre grande abilità tecnica mostra il Ritratto di uomo in armatura del Louvre con l’immagine del personaggio effigiato riflessa in due specchi. A Brescia, presso la pinacoteca Tosio Martinengo, si possono ammirare il Ritratto di giovane flautista e l’Adorazione dei pastori. Sempre nella Pinacoteca Tosio Martinengo si trovano due capolavori del Moretto. La pala Rovelli inquadra in una prospettiva in diagonale la Madonna con il Bambino assisi su di un alto basamento (evidente il richiamo alla tizianesca pala Pesaro) e San Nicola che le presenta alcuni fanciulli. Vi è, inoltre, una architettura ripresa frontalmente incorniciata da un arco a tutto sesto che definisce una profonda nicchia. Notevoli il freddo cromatismo dell’opera e la definizione dei ricchi dettagli delle vesti della Vergine e del santo. In Cristo e l’angelo la cromia vira verso i colori spenti in un’opera di alto valore patetico con le figure scaglionate sui gradini di una scala con in primo piano un Cristo avvilito e sullo sfondo un addolorato angelo reggicortina.
In precedenza, nel Quattrocento, Brescia aveva dato i natali a un grande pittore quale Vincenzo Foppa. Foppa era stato tra gli artisti del nord uno di quelli che meglio avevano assimilato le teorie prospettiche rinascimentali. La sua grande abilità in tal senso è dimostrata, nella chiesa di Sant’Eustorgio a Milano, dalla straordinaria impaginazione prospettica dell’affresco Il miracolo di Narni (notevole soprattutto nella resa della volta dell’arco a botte sotto il quale si trovano san Pietro martire e il miracolato) con il punto di fuga che cade fuori della zona affrescata. La stessa perfezione prospettica è mostrata dalla Pala Bottigella di Pavia. Novità rinascimentali e gusto archeologico padovano di origine mantegnesca si fondono nei Tre crocifissi della bergamasca Accademia di Carrara. Nella bresciana Pinacoteca Tosio Martinengo è conservata la Pala della Mercanzia, altro esempio di perfetta comprensione della prospettiva centrale.